10 luglio 1976: il disastro ICMESA. Cinquant'anni dopo, Seveso non dimentica

11.07.2026

di Luisa Procopio

Il 10 luglio 1976, alle ore 12.37, un incidente all'interno dello stabilimento ICMESA, situato al confine tra Meda e Seveso, cambiò per sempre la storia della Brianza. Un reattore chimico andò fuori controllo e l'esplosione liberò nell'aria una nube rosa-giallastra che, sospinta dal vento, si depositò su case, campi e strade dei comuni di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio.


Quella nube conteneva 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la forma più tossica e pericolosa della diossina, un veleno invisibile che contaminò persone, animali e ambiente. Gli effetti furono devastanti: migliaia di animali morirono o vennero abbattuti per evitare la diffusione della contaminazione, mentre molti bambini furono colpiti dalla cloracne, una grave malattia della pelle che ricoprì i loro volti e i loro corpi di dolorose lesioni. Era l'inizio di un avvelenamento silenzioso destinato a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva.
Ieri, 10 luglio 2026, nel cinquantesimo anniversario della tragedia, la comunità si è ritrovata per commemorare quel giorno che nessuno ha mai dimenticato. Alla cerimonia era presente anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha voluto essere vicino alla popolazione ricordando come quella tragedia abbia insegnato l'importanza della trasparenza, della sicurezza sul lavoro e della tempestività nelle comunicazioni. Nel suo intervento ha richiamato anche i gravi ritardi con cui vennero dati gli allarmi alla popolazione, ritardi che contribuirono ad aggravare le conseguenze dell'incidente.
Ma quella storia è fatta anche di eroi silenziosi. Tra questi c'è Bruno D'Andrea, capo reparto dell'ICMESA. Il 20 luglio 1976, accorgendosi che qualcosa nel reattore non stava funzionando correttamente, entrò nella sala ormai invasa dai fumi tossici. Protetto soltanto da una semplice mascherina filtrante, riuscì ad azionare manualmente la valvola di raffreddamento, evitando un'ulteriore reazione che avrebbe potuto provocare una contaminazione ancora più estesa. Un gesto di straordinario coraggio che contribuì a scongiurare una catastrofe ancora più grave.
Tra i momenti più emozionanti della commemorazione c'è stata la testimonianza di Giuliana Zorzi, che il 10 luglio 1976 compiva diciotto anni. Ricorda quel compleanno come il più strano della sua vita. Sua madre chiuse immediatamente porte e finestre per impedire che quell'odore acre, sconosciuto e soffocante, entrasse in casa. La famiglia viveva in via Carlo Porta, una strada che oggi non esiste più, demolita durante la bonifica dell'area contaminata.
Al posto di quella via oggi sorge il Bosco delle Querce, simbolo della rinascita di Seveso. Un luogo che custodisce non solo la memoria della diossina, ma anche quella delle famiglie costrette ad abbandonare per sempre le proprie case.
Giuliana ricorda ancora il 15 luglio 1976, quando alcuni uomini dell'ICMESA, vestiti con tute bianche, bussarono alla porta della loro abitazione. Dissero soltanto di preparare una valigia per una ventina di giorni. Nessuno immaginava che quella sarebbe stata l'ultima volta in quella casa.
Nella sua cameretta Giuliana lasciò il suo inseparabile peluche, Marcello. Pensava che sarebbe tornata presto a riprenderlo. Invece quella casa venne demolita e di Marcello non rimase più traccia. Ancora oggi, quando passeggia nel Bosco delle Querce, cerca con lo sguardo il luogo dove sorgeva la sua abitazione e pensa a quell'amico d'infanzia al quale non ha mai potuto dire addio.
Eppure, proprio nel cuore del Bosco delle Querce, c'è un simbolo che racconta anche la speranza. È il Grande Pioppo, l'unico albero sopravvissuto al disastro del 1976. Le sue radici hanno resistito al veleno e al tempo, diventando il simbolo della forza di un'intera comunità.
Perché, anche dopo le tempeste più devastanti, il sole torna a sorgere. E come quel grande pioppo, anche i cittadini di Seveso hanno dimostrato che esistono radici così profonde che nessuna tragedia può sradicare.

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