“Calantha: tra ombre e sogni, la musica che ci fa respirare nell’invisibile”

28.02.2026

di Luisa Procopio

Nel cuore di Torino, tra fabbriche dismesse che respirano ancora memoria e notti attraversate da luci fredde e silenzi industriali, c'è una band che ha scelto di trasformare l'inquietudine in linguaggio sonoro. I Calantha non inseguono la superficie delle cose: scavano. E nel farlo hanno costruito un'identità musicale che oggi trova una nuova forma nel loro ultimo EP, "Ombre".

Non è un titolo scelto per evocare un'estetica dark di maniera. Le ombre, per i Calantha, sono materia viva. Sono paure che non si riescono a nominare, sono crepe nei rapporti, sono il senso di inadeguatezza che si prova quando il mondo sembra chiederti di essere altro rispetto a ciò che sei. Ma sono anche rifugi. Spazi in cui respirare. Zone franche dove potersi ricostruire.

Il loro suono nasce esattamente lì: in quella linea sottile tra pressione e liberazione.

Ascoltare "Ombre" significa entrare in un paesaggio urbano che pulsa. Le chitarre non accarezzano: incidono. I synth non decorano: amplificano. La batteria non accompagna soltanto, ma tiene insieme tensione e fragilità come un battito cardiaco sotto sforzo. L'alt-rock che li definisce è contaminato da venature noise ed elettroniche, con una spina dorsale post-punk che dà struttura e profondità. Non c'è nostalgia in questo richiamo sonoro, ma una rielaborazione personale, contemporanea, urgente.

Torino non è solo lo sfondo geografico della band. È una presenza. Una città che ha imparato a convivere con le proprie trasformazioni e che porta addosso il fascino delle sue contraddizioni. I Calantha sembrano assorbirne l'eco: il loro suono ha qualcosa di sotterraneo, come se provenisse da tunnel nascosti sotto l'asfalto, ma allo stesso tempo è diretto, fisico, immediato.

La loro storia inizia nel 2022, con l'intenzione dichiarata di non avere confini musicali rigidi. Una scelta che potrebbe sembrare ambiziosa, ma che nel loro caso si traduce in coerenza espressiva. Già nel primo EP, "24.46", avevano dimostrato una forte capacità immaginifica, costruendo una suite ispirata all'universo di Blade Runner. Non un semplice omaggio cinematografico, ma un modo per riflettere sul rapporto tra identità, memoria e futuro. Temi che, in fondo, continuano a vibrare anche oggi.

Con "Ombre" il discorso si fa più intimo. Meno narrativo, più viscerale.

"Linee", il brano d'apertura, sembra tracciare coordinate emotive in uno spazio in continuo mutamento. C'è una tensione costante, come se qualcosa stesse per accadere ma non esplodesse mai del tutto. È una canzone che cresce, si espande, si contorce. "Nero" affonda invece in un'atmosfera più psichedelica, dove il contrasto tra luce e oscurità diventa quasi fisico. Non è solo introspezione: è uno scontro interiore che cerca un punto di equilibrio.

Poi arriva "Perso", che pulsa di urgenza. Qui la componente più istintiva della band emerge con forza: ritmo incalzante, ripetizioni che diventano mantra collettivo, un'energia che dal vivo promette di trasformarsi in rito condiviso. È un brano che parla di smarrimento, ma lo fa con una vitalità quasi catartica.

A chiudere, "Spine". Forse il momento più sospeso dell'EP. I synth si fanno ipnotici, la voce si muove in uno spazio rarefatto, e la ripetizione finale crea una sensazione di immobilità carica di significato. È come se la band decidesse di non offrire una risposta definitiva, ma di lasciare l'ascoltatore in un territorio aperto, dove le ombre non sono state sconfitte, ma comprese.

Ciò che rende i Calantha interessanti non è soltanto la qualità della proposta musicale. È la loro attitudine. Non cercano scorciatoie, non inseguono formule. Il loro percorso è fatto di live in club, di sperimentazioni ambient, di set elettrici che cambiano forma a seconda dello spazio e dell'energia del pubblico. Ogni esibizione sembra essere un laboratorio, un momento di verifica emotiva.

In un panorama musicale spesso dominato dall'urgenza di apparire, i Calantha scelgono di essere. Di raccontarsi senza filtri e senza eccessi di retorica. Le loro parole parlano di ferite, ma non indulgono nel vittimismo. Parlano di trasformazione, ma senza proclami. È una scrittura che nasce dall'esperienza e si nutre di immagini concrete: persone, luoghi, istanti che si intrecciano in una narrazione frammentata ma autentica.

Forse è proprio questa la loro forza: la capacità di restare in bilico. Tra rumore e silenzio. Tra controllo e abbandono. Tra ombra e possibilità di luce.

"Ombre" non è un disco che chiede di essere consumato velocemente. È un lavoro che richiede ascolto, attenzione, disponibilità a mettersi in gioco. Perché in quelle distorsioni e in quei testi non c'è solo la storia di una band torinese. C'è qualcosa che riguarda tutti: la fatica di cambiare, il desiderio di riscatto, la ricerca di un equilibrio in un sistema che spesso sembra troppo stretto.

I Calantha non offrono soluzioni. Offrono uno spazio.

Uno spazio dove le ombre non fanno più soltanto paura, ma diventano parte di un percorso. E forse, proprio lì, nella parte meno illuminata di noi, può nascere la forma più sincera di libertà.