“Il silenzio è no”: la voce coraggiosa della dottoressa Francesca Nava rompe il tabù dell’educazione sessuale e affettiva
di Luisa Procopio
Ci sono interviste che scorrono via leggere, senza lasciare traccia. E poi ce ne sono altre che restano addosso, che costringono a fermarsi, a riflettere, persino a rimettere in discussione convinzioni radicate da anni. È quello che è accaduto sabato ai microfoni di SPAZIO SMILE, dove ospite della trasmissione è stata Giovanna Arcore, conosciuta anche come Francesca Nava, dottoressa e divulgatrice che ha scelto di affrontare uno degli argomenti più delicati, evitati e spesso mal compresi della nostra società: l'educazione sessuale e affettiva.
Non una provocazione. Non uno slogan. Ma una necessità.
Con parole semplici, dirette e prive di qualsiasi retorica, la dottoressa Nava ha portato all'attenzione del pubblico un tema che in Italia continua a essere trattato come un tabù, nonostante riguardi la crescita, la sicurezza e il benessere emotivo di ogni essere umano.

"La sessualità e l'affettività si educano da zero anni". Una frase che può spiazzare chi è abituato a pensare all'educazione sessuale come a un discorso da affrontare soltanto durante l'adolescenza. Eppure non è un'opinione personale: è ciò che sostiene l'OMS, l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Da lì si è aperto un dialogo intenso, autentico e necessario.
Perché parlare di educazione sessuale non significa semplicemente spiegare la biologia o parlare di rapporti intimi. Significa educare al rispetto, al consenso, alla consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni. Significa insegnare ai bambini che il loro corpo appartiene a loro. Che hanno il diritto di dire no. Sempre.
Ed è proprio su questo punto che Francesca Nava ha insistito con forza: "Il sì è sì. Il no è no. E il silenzio è no".
Parole potentissime, soprattutto in un'epoca in cui si parla sempre più spesso di violenza, manipolazione emotiva, relazioni tossiche e incapacità di riconoscere i propri confini o quelli degli altri. Tutto questo, secondo la dottoressa, nasce molto prima dell'età adulta. Nasce nei piccoli gesti quotidiani, nel modo in cui un bambino viene ascoltato, rispettato e accompagnato nella scoperta di sé.
Educare all'affettività significa infatti insegnare ai più piccoli a riconoscere le emozioni, a dare un nome alle cose, a comprendere che esistono limiti che nessuno deve oltrepassare.
Ed è qui che entra in gioco un altro concetto fondamentale affrontato durante l'intervista: imparare a chiamare ogni parte del corpo con il proprio nome corretto.
Un dettaglio? Assolutamente no.
Per Francesca Nava, è proprio da lì che inizia il rispetto. Dalla normalizzazione del corpo, dalla possibilità di parlarne senza vergogna, senza imbarazzo e senza misteri inutili. Quando un bambino cresce imparando che alcune parole non si possono dire, che alcune parti del corpo sono "sporche" o "proibite", cresce anche con il senso di colpa e con la difficoltà di esprimersi.
Al contrario, conoscere il proprio corpo significa avere strumenti per difendersi, per comunicare e per comprendere quando qualcosa non va.
È un'educazione che non toglie innocenza ai bambini, come spesso sostengono i detrattori. Al contrario, la protegge.
Eppure, in Italia, questo argomento continua a dividere, a generare paure e polemiche. Molte famiglie evitano il confronto, molte scuole non affrontano il tema in maniera strutturata e spesso si lascia che siano internet o i social network a "educare" i più giovani. Un vuoto enorme che rischia di creare disinformazione, insicurezze e modelli relazionali distorti.
Durante la trasmissione, la dottoressa Nava ha sottolineato con amarezza come il nostro Paese sia ancora indietro rispetto ad altre realtà europee, dove l'educazione sessuale e affettiva viene introdotta già dagli anni '50. In molte nazioni, infatti, questi percorsi fanno parte integrante della formazione scolastica e culturale, proprio perché considerati strumenti fondamentali di prevenzione e crescita.
In Italia, invece, si continua troppo spesso a confondere l'educazione con lo scandalo, il dialogo con l'imbarazzo.
Ma il vero rischio, forse, è proprio il silenzio.
Quel silenzio che impedisce ai ragazzi di fare domande. Quel silenzio che lascia spazio alla paura, alla vergogna e alla disinformazione. Quel silenzio che rende difficile persino chiedere aiuto.
L'intervento di Francesca Nava a SPAZIO SMILE non è stato soltanto un'intervista radiofonica. È stato un invito collettivo ad aprire finalmente gli occhi su una responsabilità educativa che riguarda tutti: famiglie, scuole, istituzioni e società.
Perché educare all'affettività significa costruire adulti più consapevoli, più rispettosi e più liberi.
Significa insegnare che l'amore non è possesso, che il consenso non è un dettaglio e che il rispetto di sé stessi viene prima di tutto.
La sensazione, ascoltandola, è quella di trovarsi davanti a una professionista che non cerca consenso facile, ma cambiamento vero. Un cambiamento culturale che richiederà tempo, dialogo e coraggio. Lo stesso coraggio che la dottoressa Nava ha dimostrato affrontando senza filtri un tema ancora troppo scomodo per molti.
E forse è proprio questo il motivo per cui le sue parole hanno colpito così profondamente.
Perché parlano di educazione, sì. Ma soprattutto parlano di dignità umana.
E non finisce qui. La stessa Francesca Nava ha annunciato che tornerà presto ai microfoni di SPAZIO SMILE per approfondire ulteriormente questi temi, entrando ancora di più nel cuore di un dibattito che oggi più che mai ha bisogno di essere ascoltato.
Un ritorno atteso. Necessario.
Perché certe conversazioni non dovrebbero mai essere rimandate.