“Le ferite che non devono rimarginarsi”: il viaggio di Simona Salvatore per consegnare ai giovani la memoria di Paolo Borsellino

20.07.2026

di Luisa Procopio

Ci sono date che non appartengono soltanto alla storia. Appartengono alle coscienze. Date che non possono essere archiviate tra le pagine di un libro o custodite in un documentario. Il 19 luglio 1992 è una di queste. È il giorno in cui la mafia colpì il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta in via D'Amelio, lasciando una ferita che attraversa ancora oggi l'Italia.

Ma c'è chi quella ferita ha deciso di non lasciarla chiudere.

Perché, come ripete con convinzione Simona Salvatore, organizzatrice e curatrice della mostra "Paolo Borsellino – La Strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992", "le grandi stragi sono ferite che non si devono mai rimarginare."

È una frase che pesa. Una frase che non invita a vivere nel dolore, ma a non permettere che il tempo trasformi l'orrore nell'indifferenza.

La mostra, ospitata a Villa Sormani di Mariano Comense, non è soltanto un percorso espositivo. È un viaggio dentro la memoria, dentro la giustizia, dentro il coraggio di uomini e donne che hanno scelto di servire lo Stato fino all'ultimo respiro.

Una bambina che cercava una risposta negli occhi del padre

La storia di Simona Salvatore parte dalla Sicilia.

Nata in provincia di Messina, profondamente legata alla sua terra, Simona porta dentro di sé due identità che si intrecciano: quella di figlia della Sicilia e quella di figlia di un carabiniere.

Un dettaglio che cambia tutto.

C'è anche una coincidenza che sembra scritta dal destino. Simona nasce il 18 luglio. Il giorno dopo, il 19 luglio, è la data della strage di via D'Amelio.

Nel 1992 aveva appena sei anni.

Troppo piccola per comprendere davvero cosa fosse accaduto.

Ma abbastanza grande da accorgersi che qualcosa aveva spezzato lo sguardo di suo padre.

Non ricordava i dettagli della cronaca. Non capiva ancora cosa significasse mafia, Stato, giustizia.

Ricordava, però, il silenzio.

Ricordava gli occhi di suo papà.

Ricordava quella tensione improvvisa che aveva cambiato il volto di un uomo in divisa.

Da bambina cercava di capire perché quell'evento avesse sconvolto così profondamente suo padre. Crescendo, quella curiosità si è trasformata in una ricerca ostinata della verità.

Perché Simona non ha mai voluto credere che tutto potesse essersi fermato a quel pomeriggio di luglio.

Ha scelto di continuare quel racconto.

Una mostra che diventa un passaggio di testimone

La sua esposizione nasce proprio da questa esigenza.

Non dalla volontà di commemorare.

Ma dalla necessità di tramandare.

"La memoria", sembra dire ogni sala della mostra, "non è un esercizio del passato. È una responsabilità del presente."

Chi entra a Villa Sormani non trova semplicemente fotografie appese alle pareti.

Trova una storia.

Una storia che accompagna il visitatore lungo il cammino umano e professionale di Paolo Borsellino, partendo dal Maxiprocesso, passando attraverso gli anni più difficili della lotta alla mafia, fino ad arrivare al tragico pomeriggio del 19 luglio 1992.

Le immagini, realizzate dalla fotografa Giuseppina Colosio, non cercano di addolcire la realtà.

Sono fotografie forti.

Dolorose.

Necessarie.

Raccontano la crudeltà della mafia senza filtri, ma anche la dignità di chi ha deciso di non abbassare mai la testa.

Ogni scatto diventa una domanda rivolta al visitatore.

Cosa significa oggi scegliere la giustizia?

Il Mare di Paolo: quando la Sicilia racconta la sua anima migliore

Tra le tre stanze della mostra ce n'è una che emoziona in modo particolare.

Si intitola "Il Mare di Paolo".

È forse lo spazio più intimo dell'intero percorso.

Qui Simona Salvatore ha voluto raccontare un aspetto spesso dimenticato di Paolo Borsellino.

Il suo amore sconfinato per la Sicilia.

Perché Borsellino non combatteva la mafia contro la Sicilia.

La combatteva proprio perché amava profondamente la sua terra.

Era fiero di essere siciliano.

Fiero di quella Sicilia fatta di persone oneste, di cultura, di bellezza, di sacrificio, di famiglie che ogni giorno scelgono la legalità.

Una Sicilia che troppo spesso è rimasta nell'ombra delle cronache nere.

In questa stanza il visitatore può fermarsi.

Sedersi.

Indossare un paio di cuffie.

E vivere un'esperienza che va oltre la semplice osservazione.

Quei cinquantasette giorni che cambiarono tutto

Nelle cuffie non si ascolta soltanto una narrazione.

Si respirano emozioni.

Si percepiscono le tensioni.

Le paure.

I dubbi.

Le speranze.

Sono i 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D'Amelio.

Cinquantasette giorni in cui Paolo Borsellino sapeva.

Sapeva che il tempo si stava accorciando.

Sapeva di essere rimasto praticamente solo.

Eppure continuò.

Continuò a lavorare.

Continuò a cercare la verità.

Continuò a credere nello Stato.

Fino alle 17.00 del 19 luglio 1992, quando un'autobomba pose fine alla sua vita.

Ma non ai suoi ideali.

Non solo magistrati: storie di uomini e donne

Quando si parla delle grandi stragi di mafia, spesso si ricordano soltanto i nomi dei magistrati.

È giusto.

Ma non basta.

Simona Salvatore vuole riportare alla luce anche chi scelse di condividere quel destino.

Gli uomini e le donne della scorta.

Persone che ogni mattina uscivano di casa sapendo di poter non fare ritorno.

Tra loro c'era Emanuela Loi.

Aveva soltanto 24 anni.

Fu la prima donna della Polizia di Stato a entrare in un servizio di scorta.

Una giovane donna che aveva scelto il proprio lavoro con coraggio e convinzione.

Morì insieme al giudice Borsellino.

Aveva davanti tutta una vita.

Come Vincenzo Li Muli, anche lui appena ventiduenne.

Ragazzi.

Prima ancora che agenti.

Con sogni, famiglie, amici, progetti.

Storie spesso raccontate in poche righe.

Ma che meritano di essere conosciute fino in fondo.

Perché le stragi non uccidono soltanto simboli dello Stato.

Spezzano vite.

Interrompono futuri.

Lasciano sedie vuote nelle case.

Il coraggio di non dimenticare

La forza della mostra sta proprio qui.

Nel ricordare che dietro ogni fotografia esiste una persona.

Dietro ogni nome esiste una famiglia.

Dietro ogni uniforme esisteva un ragazzo o una ragazza che avevano scelto di credere negli ideali.

Simona Salvatore restituisce umanità a quei volti.

Li riporta vicino a noi.

Li rende nuovamente vivi.

Perché la memoria non è fatta soltanto di date.

È fatta di emozioni.

Di responsabilità.

Di scelte.

Un'eredità da consegnare alle nuove generazioni

Forse il vero obiettivo di questa mostra non è raccontare ciò che è accaduto nel 1992.

È parlare ai giovani di oggi.

A chi quella strage non l'ha vissuta.

A chi conosce Paolo Borsellino soltanto come un nome studiato sui libri di scuola.

Simona vuole passare il testimone.

Vuole che ogni ragazzo esca da Villa Sormani con una domanda dentro.

Con la consapevolezza che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana.

Che la giustizia ha il volto di persone vere.

Che il coraggio non appartiene agli eroi irraggiungibili, ma a uomini e donne capaci di fare il proprio dovere fino in fondo.

Ed è forse questo il messaggio più potente della mostra.

La memoria non serve a guardare indietro.

Serve a costruire il futuro.

Perché finché qualcuno continuerà a raccontare Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e tutti gli uomini e le donne che hanno sacrificato la propria vita per la giustizia, la mafia avrà perso la sua battaglia più importante: quella contro la memoria.

Ed è proprio in questo che risiede il valore del lavoro di Simona Salvatore.

Non ha semplicemente organizzato una mostra.

Ha costruito un ponte tra passato e futuro.

Ha trasformato il dolore in responsabilità.

Ha dato voce a chi non può più parlare.

Perché certe ferite, come dice lei, non devono mai rimarginarsi.

Devono restare vive, non per alimentare il dolore, ma per ricordare ogni giorno che la libertà, la giustizia e la democrazia hanno avuto un prezzo altissimo. E quel prezzo non può, non deve, essere dimenticato.

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