Papavero Blu è Dea: l’arte rara di non dividersi

17.01.2026

di Luisa Procopio


Non è un marchio. Non è un concept studiato a tavolino. Papavero Blu è una persona. È Dea. E in un'epoca in cui tutto tende a essere impacchettato, definito, separato, questa affermazione ha il peso di una dichiarazione di identità.

C'è chi, conoscendola in ambito professionale — composta, essenziale, concreta — e poi incrociando le sue immagini "di scena", sul palco di Zelig o nelle atmosfere libere del Burlesque, ha sorriso parlando di una sorta di dottor Jekyll e Mister Hyde. Due volti, due nature, due mondi apparentemente inconciliabili. Ma è proprio qui che il racconto si ribalta: Dea non si riconosce nella divisione. Non esistono compartimenti stagni, né maschere da indossare a seconda del contesto. Esiste una donna intera, che ha scelto di non amputare nessuna parte di sé.

DEA - PAPAVERO BLU
DEA - PAPAVERO BLU

Serietà e leggerezza, competenza e ironia, profondità e gioco convivono nello stesso spazio. Non perché siano mescolate in modo confuso, ma perché fanno parte della stessa esperienza umana. Tutto ciò che Dea ha studiato, attraversato, vissuto, oggi entra in ciò che offre. Non si tratta di spettacolo — nonostante qualcuno, con candida ingenuità, lo abbia chiesto — ma di presenza. Di una somma invisibile di esperienze che danno forma a ogni gesto.

Papavero Blu non esiste senza Dea, e Dea non esiste senza Papavero Blu. Lo studio non è un contenitore neutro, ma un'estensione del suo essere: costruito con attenzione, con cura artigianale, dall'ambiente all'ascolto, dalla relazione alla qualità del tempo condiviso. Qui il lavoro è fatto di fiducia, non di automatismi. È un lavoro che nasce dall'incontro.

Perché non si lavora solo su un corpo. Si incontra una storia.

Il suo modo di operare non è replicabile. Non per esclusività, ma per unicità. Ogni essere umano è simile agli altri, eppure irripetibile. Ciò che Dea trasmette è il risultato di una combinazione personale e non imitabile: empatia autentica, rispetto profondo del dolore, delicatezza che non invade, presenza che non si impone. Non una tecnica fredda, ma una relazione viva. In un mondo che standardizza, questa scelta è quasi controcorrente.

Il percorso che l'ha condotta fin qui non è stato lineare. Ha studiato legge, perché in quel momento sembrava la direzione giusta. Una scelta razionale, rassicurante, socialmente approvata. Ma non sufficiente. Non conteneva tutte le sue sfumature. Ascoltare quella voce interna che chiedeva altro è stato il primo vero atto di coraggio.

Cambiare strada significa rinunciare a una sicurezza. Significa accettare lo sguardo di chi non capisce, di chi ti definisce incosciente, o semplicemente "matta". Eppure, è proprio in quella perdita che Dea ha iniziato a ritrovarsi. È un soggetto polifunzionale, come direbbe Franz: più linguaggi, più possibilità, più livelli che coesistono. Accoglierli, invece di reprimerli, è stato il passaggio decisivo.

Poi è arrivato Zelig. Non solo un palco, ma una soglia. Un momento di nascita e di rottura. Uscire dalla comfort zone, esporsi, rischiare. Zelig è stato il segnale che osare era possibile anche fuori dai percorsi conosciuti. È stato un "sì, puoi farcela" pronunciato dalla vita stessa. Ed è lì che Dea ha incontrato una persona che, paradossalmente, non la ama affatto. Eppure, una figura determinante. Tanto da essere ringraziata nella tesi di Massoterapia. Alcuni incontri ci trasformano anche senza saperlo.

Seveso, Piazza Giuseppe Verdi 20
Seveso, Piazza Giuseppe Verdi 20

Il Burlesque è stato un altro capitolo: una parentesi di libertà e sperimentazione. Il corpo come linguaggio, come spazio di consapevolezza e potere personale. Senza retorica, senza provocazione fine a sé stessa. Per una donna, è un terreno di riconquista: della sicurezza, della sensualità, dell'espressione. Un'esperienza che, senza forzature, dialoga con il concetto di danzaterapia.

E poi c'è la comicità. Non come ornamento, ma come strumento di sopravvivenza. L'ironia come capacità di attraversare il dolore senza esserne schiacciati. Dea riesce a far sorridere persino la sua psicoterapeuta mentre racconta le proprie disavventure. Come ricordava Alberto Sordi, si può ridere quasi di tutto, soprattutto di sé stessi. E quando impari a farlo, diventi più resistente alla vita.

Oggi, chi è Dea? E chi sta diventando? La risposta è onesta: non lo sa del tutto. C'è chi la definisce una maestra, una guida, una fonte di ispirazione. C'è chi la invita a insegnare. In parte accade già, in parte no. E va bene così. Perché Dea è in cammino. Non ha risposte definitive, attraversa dubbi, conosce lo sconforto. Ma possiede una visione solida, che non vacilla.

A chiudere il cerchio, c'è l'aneddoto della nonna. Una sorta di profezia, ripetuta negli anni come un mantra. Un destino annunciato con leggerezza, a cui Dea non ha mai dato troppo peso. Fino a quell'ultimo dettaglio, aggiunto poco prima della fine: "La prima parte della tua vita andrà bene, la seconda meno".

La reazione è stata istintiva. Perché se la prima parte è stata tutt'altro che semplice, cosa può riservare il seguito? Forse nulla di ciò che è stato detto va preso alla lettera. Forse le metà si scambiano. Forse il tempo migliore deve ancora arrivare, come frutto di una lunga semina fatta con fiducia.

Di una cosa, però, Dea è certa: il futuro non sarà una profezia da subire. Sarà una storia da scrivere e DEA ha deciso di scriverlo da sola, con le proprie mani, con la propria voce.
Papavero Blu è il luogo in cui tutto questo continua a prendere forma........è solo l'inizio.