Quando l’acqua ha ferito il corpo, ma non l’anima: la resilienza silenziosa della Fondazione Giuseppe Besana
di Luisa Procopio
Ci sono luoghi che non sono solo edifici. Sono presìdi di umanità.
La Fondazione Giuseppe Besana di Meda è uno di questi: una realtà che da oltre sessant'anni accompagna la vita degli anziani più fragili con cura, rispetto e presenza quotidiana. Un ente no profit nato da un gesto di generosità e cresciuto nel tempo grazie a un'idea semplice e potente: mettere la persona, e non il profitto, al centro di tutto.
A guidare oggi questa realtà c'è Annamaria Colombo, presidente della Fondazione, che insieme ad altri cinque consiglieri dedica tempo, competenze e responsabilità in modo totalmente volontario. Un impegno silenzioso, lontano dai riflettori, che riflette lo spirito stesso della Fondazione: esserci, ogni giorno, per chi ha più bisogno.

La Fondazione Besana è una RSA, un centro diurno per persone fragili e per le loro famiglie, ma anche una casa protetta per chi desidera mantenere la propria autonomia senza rinunciare alla sicurezza di un contesto attento e solidale. È una piccola realtà, radicata nel territorio, che opera in un settore sempre più complesso e competitivo, dominato da grandi gruppi e da normative stringenti. Eppure, continua a offrire un servizio di qualità, costruito sulla vicinanza, sull'ascolto e sulla dignità della vita.
Poi, il 22 settembre 2025, tutto cambia.
In poco più di un'ora, una quantità d'acqua mai vista si abbatte su Meda e sul territorio circostante. Strade trasformate in fiumi, piani interrati sommersi, ricordi e investimenti cancellati dal fango. Anche la Fondazione Besana viene colpita duramente. Un evento improvviso, violento, che lascia ferite profonde e che ancora oggi segna il paesaggio e la comunità.

Per raccontare ciò che è successo, Annamaria Colombo usa spesso un'immagine chiara: la Fondazione è fatta di un'anima e di un corpo.
L'anima è l'attenzione quotidiana agli ospiti, la cura dei gesti, la dignità data a ogni giorno di vita.
Il corpo è la struttura: gli impianti, gli spazi, l'organizzazione complessa che permette a quell'anima di esistere.
L'alluvione ha colpito il corpo. E lo ha fatto con forza.
Acqua e fango hanno invaso il piano terra, mentre il piano interrato – quasi 1.200 metri quadrati – è stato completamente allagato, rendendo inutilizzabili locali fondamentali. Servizi essenziali come la ristorazione e la lavanderia hanno dovuto essere affidati a fornitori esterni. Gli impianti di riscaldamento e ventilazione necessitano interventi onerosi, quello elettrico dell'interrato è fuori uso, il fotovoltaico va revisionato. Ascensori, cancelli, strutture: tutto ha richiesto riparazioni urgenti.
Eppure, in mezzo al buio di una notte senza corrente e al silenzio pesante del fango, è accaduto qualcosa di inatteso.
È emersa la solidarietà.

Senza clamore, senza attendere richieste ufficiali, sono arrivate persone. Tante. Amici storici della Fondazione e volti mai visti prima. Vigili del fuoco, cittadini di Meda e dei comuni vicini, giovani della comunità parrocchiale, volontari della Protezione Civile, Caritas Ambrosiana, dipendenti fuori servizio, familiari degli ospiti. Ognuno ha portato ciò che poteva: braccia, tempo, competenze, presenza. In quel momento, la Fondazione non era sola.
A quattro mesi dall'alluvione, il lavoro di ricostruzione è continuo e faticoso. Si riprogettano spazi, si riorganizzano attività, si interviene sugli impianti, il tutto senza mai interrompere l'assistenza agli ospiti. L'obiettivo è chiaro: garantire sicurezza, qualità e continuità dei servizi, facendo pesare il meno possibile le difficoltà su chi vive e lavora nella struttura.
Lo sforzo economico, però, è enorme. E la Fondazione Besana sceglie una strada netta: non scaricare i costi sugli anziani e sulle loro famiglie, già provate da un sistema di welfare pubblico che spesso non riesce a sostenere davvero le fragilità.
Per questo oggi la Fondazione chiede aiuto. Non per sopravvivere, ma per continuare a essere ciò che è sempre stata: un luogo di accoglienza, cura e valore umano.
Perché realtà come questa non sono un dettaglio del sistema sociale: sono una sua colonna portante. E quando vengono colpite, è l'intera comunità a doversi stringere attorno a loro.
Il corpo della Fondazione è ferito.
Ma l'anima è viva. E continua, ostinatamente, a prendersi cura della vita.