UMBERTO PERRERA, SULLA SCALINATA DI SANREMO L’EMOZIONE DI UNA VITA

07.09.2026

di Luisa Procopio

"Davvero il capo meno costoso è quello più economico?"

È bastata una domanda, semplice soltanto in apparenza, per aprire una riflessione sul vero significato della moda.

Perché un abito non è soltanto un prezzo.
Non è soltanto un tessuto.
Non è soltanto ciò che vediamo allo specchio.

Dietro un abito ci sono mani che lavorano, occhi che osservano, esperienza, sacrifici, creatività. Ci sono ore, giorni, a volte una vita intera.

Ed è proprio una vita intera quella che, sabato 5 settembre, davanti al Casinò di Sanremo, Umberto Perrera ha portato in passerella.

Ma quella sera nessuno lo sapeva ancora.

O forse, guardando con attenzione, qualcuno aveva già intuito che non sarebbe stata una sfilata come tutte le altre.

DALLE PAROLE DEL POMERIGGIO ALLA MAGIA DELLA SERA

Nel pomeriggio, negli eleganti spazi del Casinò di Sanremo, il giornalista Mediaset Giuseppe Brindisi aveva aperto il convegno "Investire nel proprio stile: perché la qualità sartoriale è la vera scelta economica".

Un appuntamento organizzato da Confartigianato e dal Casinò di Sanremo, dedicato al valore della sartoria, dell'artigianalità e della qualità.

Un mondo nel quale scegliere un capo significa scegliere anche la storia che quel capo porta con sé.

A seguire, l'inaugurazione della mostra "HERITAGE – Il raffinato mondo dei maestri sartori", un viaggio attraverso l'eleganza e il sapere di chi ha fatto della sartoria una vera forma d'arte.

Sei stilisti sono stati premiati per l'originalità delle loro creazioni, tra cui un abito dal nome capace di evocare immediatamente la città: "Colore del mare di Sanremo".

Ma il vero viaggio nella sartoria doveva ancora cominciare.

Perché quando è scesa la sera, davanti alla gradinata del Casinò, la moda ha smesso di essere semplicemente moda.

È diventata spettacolo.

È diventata racconto.

È diventata emozione.

E POI È ARRIVATO UMBERTO PERRERA

Luci soffuse.

La facciata del Casinò illuminata.

La scalinata pronta a trasformarsi in una passerella.

E il pubblico in attesa.

A presentare la serata, Eleonora Pedron, Miss Italia 2002, e Cristiano Gatti  giornalista e scrittore, pronti ad accompagnare il pubblico attraverso le creazioni di dodici stilisti.

Dodici visioni.

Dodici sensibilità.

Dodici modi diversi di interpretare la bellezza.

E poi arriva lui.

Umberto Perrera.

Sessant'anni.

Una lunga carriera.

Un uomo che entra in scena con un completo nero e una giacca rossa.

E quel rosso sembra quasi raccontarlo.

È il colore della passione.

Della forza.

Dell'energia.

Della vita dedicata a un mestiere che, ancora oggi, considera prima di tutto una missione.

Perrera porta in passerella sei creazioni.

Sei abiti lunghi.

Cinque donne e un uomo.

Sei racconti.

Ma soprattutto porta con sé qualcosa che nessun tessuto può acquistare e nessuna macchina può riprodurre:

l'esperienza delle sue mani.

"LA MIA NON SARÀ UNA SFILATA. SARÀ UNO SPETTACOLO."

Lo aveva annunciato nel pomeriggio.

E quella frase, poche ore dopo, assume un significato completamente diverso.

Le modelle iniziano a scendere dalla scalinata.

Un passo.

Poi un altro.

La stoffa accompagna i movimenti.

Le luci accarezzano i tessuti.

Il pubblico osserva in silenzio.

Non c'è bisogno di parole.

Gli abiti parlano da soli.

Linee eleganti, dettagli raffinati, movimento, armonia.

E poi c'è lui.

Il papillon.

Un piccolo dettaglio.

Apparentemente semplice.

Ma niente è davvero semplice quando passa attraverso le mani di un sarto.

Il papillon diventa così un segno distintivo, quasi una firma.

Un simbolo di eleganza senza tempo.

Di quella raffinatezza che non ha bisogno di gridare.

Perché l'eleganza vera non chiede attenzione.

La riceve.

E forse proprio quel papillon rappresenta perfettamente Umberto Perrera.

Un uomo che non ha bisogno di definirsi attraverso grandi parole.

Gli basta il suo mestiere.

Gli basta un ago.

Gli basta un tessuto.

Gli bastano le sue mani.

UN SARTO, NON UNO STILISTA

C'è una frase che Umberto Perrera pronuncia e che forse racchiude più di ogni altra la sua identità:

"Io non sono uno stilista. Sono un sarto."

Sembra una distinzione.

In realtà è una dichiarazione d'amore.

Perché essere sarto significa conoscere il tessuto.

Sentirlo.

Toccarlo.

Capire come cade.

Capire come si muove.

Sapere dove intervenire.

Significa avere la pazienza di aspettare.

La precisione di correggere.

L'umiltà di ricominciare.

Significa trasformare un pezzo di stoffa in qualcosa che appartiene a una persona.

E forse è proprio questa la magia della sartoria.

Dare forma a qualcosa che prima non esisteva.

Ma soprattutto lasciare dentro quella forma qualcosa di sé.

QUANDO IL TRICOLORE HA FATTO TACERE LA PASSERELLA

Poi accade qualcosa.

Le modelle e il modello rimangono in posizione allineati.

Tre iniziano a salire verso l'ingresso del Casinò.

Le altre tre restano davanti alla scalinata.

Una vestita di verde.

Una di bianco.

Una di rosso.

Per qualche secondo il pubblico rimane ad osservare.

Poi parte la musica.

L'Inno d'Italia.

E tutto diventa improvvisamente chiaro.

Il verde.

Il bianco.

Il rosso.

Tre abiti.

Tre donne.

Un'unica bandiera.

Il Tricolore prende vita davanti al Casinò di Sanremo.

E in quel momento la passerella cambia significato.

Non è più soltanto una sfilata.

È un'immagine.

È appartenenza.

È identità.

È orgoglio.

È il racconto di un Paese attraverso la creatività di un uomo.

Il pubblico guarda.

Poi arriva l'applauso.

Un applauso che cresce.

Per gli abiti.

Per l'idea.

Per l'emozione.

Ma soprattutto per Umberto.

Perché quello che aveva promesso nel pomeriggio era diventato realtà.

Non una semplice sfilata.

Uno spettacolo.

E POI, QUELLA FRASE………….

La serata continua.

Gli applausi rimangono nell'aria.

Ma arriva una notizia che improvvisamente cambia il sapore di tutto.

Umberto Perrera annuncia il suo ritiro dalle sfilate.

E allora quei sei abiti sembrano assumere un significato diverso.

Quel papillon diventa ancora più importante.

Quella scalinata sembra improvvisamente più lunga.

Quell'ultima uscita sembra avere dentro qualcosa che prima non riuscivamo a vedere.

Perché forse non stavamo semplicemente guardando delle modelle scendere una scalinata.

Stavamo guardando sessant'anni di vita professionale prendere forma davanti ai nostri occhi.

Sessant'anni di stoffe.

Di aghi.

Di prove.

Di errori.

Di intuizioni.

Di notti.

Di soddisfazioni.

Di sacrifici.

Di sogni.

Sessant'anni nei quali Umberto Perrera ha costruito molto più di abiti.

Ha costruito identità.

UMBERTO, NON CHIAMARLO ADDIO

E allora viene spontaneo chiedersi:

è davvero arrivato il momento di fermarsi?

Forse sì.

Forse dopo sessant'anni un uomo ha tutto il diritto di scegliere un'altra strada.

Ma permetteteci, almeno per una sera, di non chiamarlo addio.

Chi ha dedicato una vita alla bellezza non può smettere semplicemente con una frase.

Perché le mani di un sarto non dimenticano.

Le mani ricordano.

Ricordano il tessuto.

Ricordano il filo.

Ricordano il gesto.

Ricordano la misura.

Ricordano la sensazione di vedere finalmente terminato qualcosa che, poche ore prima, era soltanto un'idea.

E allora, caro Umberto, permettici una richiesta.

Pensaci.

Pensaci prima di chiudere definitivamente quella porta.

Pensaci prima di riporre per sempre ago e filo.

Pensaci prima di dire che quella davanti al Casinò di Sanremo è stata davvero la tua ultima passerella.

Perché forse non abbiamo ancora visto tutto.

Forse c'è ancora un abito da creare.

Un'idea da realizzare.

Una storia da raccontare.

Un'altra emozione da regalare.

PERCHÉ LA MODA PASSA. LE EMOZIONI RESTANO.

Le tendenze cambiano.

I colori cambiano.

Le stagioni cambiano.

Gli stilisti cambiano.

Ma l'artigianalità vera resta.

Resta perché non appartiene a una stagione.

Appartiene alle persone.

E sabato, davanti al Casinò di Sanremo, Umberto Perrera ci ha ricordato proprio questo.

Che dietro ogni abito può esserci un uomo.

Dietro ogni cucitura può esserci una storia.

Dietro ogni dettaglio può esserci una vita.

E dietro un semplice papillon può nascondersi il simbolo di un'intera filosofia: l'eleganza non è ostentazione. È identità.

Per questo, se quella di sabato è stata davvero la sua ultima passerella, possiamo almeno dire che Umberto Perrera ha scelto un modo straordinario per salutare il mondo della moda.

Con sei creazioni.

Con una scalinata.

Con un papillon.

Con il Tricolore.

Con l'Inno d'Italia.

Con il pubblico ad applaudire.

E soprattutto con la cosa più preziosa che un artigiano possa lasciare:

la propria storia.

La mostra "HERITAGE – Il raffinato mondo dei maestri sartori" resterà aperta fino al 20 settembre, offrendo ancora l'opportunità di entrare in quel mondo dove la tradizione incontra la creatività e la moda diventa arte.

E forse, tornando alla domanda con cui era iniziata questa giornata:

"Davvero il capo meno costoso è quello più economico?"

Dopo aver visto Umberto Perrera all'opera, la risposta sembra quasi inevitabile.

No.

Perché il vero valore di un abito non è quello scritto sul cartellino.

È tutto ciò che non si vede.

Le mani.

Il tempo.

La passione.

La storia.

L'anima.

Sabato, davanti al Casinò di Sanremo, Umberto Perrera ha dimostrato che quando un abito porta dentro tutto questo, smette semplicemente di essere un abito.

Diventa un'emozione.

E le emozioni, quelle vere, non vanno mai in pensione.

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